Lui, il dottore di mezza montagna

 

Quando si parla del dottore, anche senza farne il nome, tutti quelli che lo hanno conosciuto sanno che stiamo parlando di Arturo Checcacci.

Da molti anni uscito dalla scena attiva e da pochi giorni uscito dalla vita terrena, nessuno lo ha mai dimenticato, chissà perché. Ora voglio provare a descriverne il carattere e la figura, ma se per la seconda credo di riuscirne abbastanza bene, per la prima non sono tanto certo che me la caverò. Comunque provo col carattere portando qualche esempio. La zona di operazione di quest’uomo a quei tempi chiamata condotta, spaziava da Compito a Dama, da Giampereta alle Fontanelle, da Sarna a Pietra e chi conosce queste località sa bene che distano tra loro alcune ore di cammino perché erano prive di strade rotabili e perciò si doveva raggiungerle a piedi e allora capitava spesso che, rientrato da Sarna trovasse in casa una chiamata urgente magari per Dama che era quasi sulla medesima strada ma che come tutte le frazioni non aveva telefono “E allora! L’ira di Dio! Non vengo che gli venga un accidente, che crepi, non mi muovo!” Al che, il malcapitato ambasciatore se ne tornava da dove era venuto salvo poi essere sorpassato di gran fretta dal nostro caro dottore che oltre alla diagnosi, aveva sempre con se anche i medicinali. A quei tempi, e non sono secoli, non esisteva l’assistenza medica, perciò i medicinali andavano pagati e anche le visite mediche fuori orario e fuori ambulatorio si sarebbero dovute pagare, ma credete a me, nessuno ha mai pagato una lira, e quest’uomo rude e scontroso non di rado oltre alle medicine portava in alcune case, che è bene non nominare, anche generi alimentari adatti alla malattia tipo: semolino, pasta, latte e zucchero; che in molte case mancavano sempre e anche se non ci credete è vero ugualmente. Essendo la condotta così vasta, quello che ho appena raccontato capitava spesso, ma noi eravamo tanto abituati a queste sfuriate che se per caso non ne avessimo ricevute no avremo avuto a male, è si, il nostro dottore lo volevamo così dopo la visita, la diagnosi e la cura era facile che si fermasse a parlare presso il fuoco di noi contadini e posso garantirvi che era di una cultura molto elevata, sapeva di tutto e la sua simpatia era al pari della sua conoscenza non disdegnava un mezzo bicchiere di vino e nemmeno un caffè e tutto questo avveniva soltanto quando era sicuro di aver assolto tutti i suoi impegni, naturalmente. E se quando l’avevi chiamato si era infuriato, ora li attorno al fuoco rideva e scherzava così che metteva tutti di buon umore, compreso il malato. La figura è più facile da raccontare: alto, asciutto, atletico, biondo con capelli leggermente ondulati e un po’ lunghi nel di dietro, era bello come un Dio greco, non portava quasi mai nulla sul capo e quando lo si incontrava da solo al passo dello Spino in mezzo alla neve con la borsa, i calzettoni e i scarponi aveva l’aspetto di un gigante che non teme, “Buongiorno dottore!” e lui zitto (forse no avrà sentito) “Buon giorno dottore!” e lui “Buon giorno un accidente!”, e si caro dottore io ti ricordo cosi. Scusami, ti do del tu, ma come posso darti del lei se sei stato l’amico di tutti? E la tua ricchezza è rimasta tutta dentro la tua onestà e si che avresti potuto essere ricco di denari (altri tuoi pari lo sono) ma tu non sei arricchito così sei diventato ricco di tutte le qualità dell’onesto e del giusto e questo mio semplice e umile ricordo è ben poca cosa per i meriti tuoi, io non posso altro fare se non ricordarti nei miei pensieri della sera, prima che il sonno mi colga, assieme alle persone più care e stimate, ciao dottore.

 

Prechè non metto il mio nome? E’ no, quello non conta, conta soltanto il ricordo.